Gli archivi degli editori del Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Liguria
Censimento descrittivo
aggiornato al 2005

 

 

Presentazione

 

Negli ultimi cinque anni sono nate quasi 1.600 nuove case editrici, per un totale di oltre 5200 editori attivi. Ma quante sono scomparse?

La dispersione degli archivi editoriali ha rappresentato per lungo tempo un fenomeno grandemente favorito dalla scarsa conoscenza della consistenza e tipologia delle carte possedute dalle case editrici. Da qui l’opportunità di  sensibilizzare il mondo degli editori in merito alla conservazione della documentazione prodotta nel corso del proprio lavoro, le cui tracce si smarriscono spesso in occasione dei passaggi di proprietà o di sede delle Case Editrici,

Negli ultimi dieci-quindici anni, al manifestarsi di una maggiore consapevolezza da parte dei produttori delle carte ha fatto da contraltare il sempre maggiore attivismo dei grandi gruppi editoriali che, sulla scorta di dinamiche di concentrazione in atto già da tempo in altri paesi, ha modificato e semplificato il panorama del settore. Se da un lato queste operazioni finanziarie hanno favorito l’allineamento del nostro paese a tendenze già in atto nei paesi occidentali, dall’altro hanno rappresentato un ulteriore elemento di sofferenza per la corretta conservazione degli archivi editoriali, troppo spesso sacrificati alle esigenze di riorganizzazione e abbattimento dei costi proprie dell’impresa subentrante.

Inoltre fenomeni come il collezionismo hanno provocato un duplice risultato: da un lato il mercato antiquario, pur con una logica commerciale estranea alla conservazione per fini culturali, ha in molti casi salvato dalla distruzione documentazione di grande interesse; dall’altro, polverizzando gli archivi in innumerevoli frammenti, ha favorito una percezione incompleta della compiuta articolazione degli archivi, depotenziando il valore contestuale del documento: questo approccio ha come conseguenza più immediata la valorizzazione della singola carta d’archivio in termini esclusivi di pregio antiquario.

 

Se si pone mente al fatto che nella maggior parte dei casi non è possibile operare confronti tra un prima e un dopo (nella quasi totale assenza di rilevazioni attendibili), appare essenziale mettere in atto progetti di rilevazione sul territorio che permettano – con la collaborazione delle istituzioni periferiche dello stato, di enti pubblici e di istituzioni private – una mappatura dettagliata del posseduto nel caso di fondi sia archivistici, sia bibliografici. La presenza di dati certi sulla consistenza della documentazione posseduta può ottenere un duplice effetto: da un lato consente, come risultato immediato di una conoscenza finalmente precisa della propria dotazione, una più efficace politica di conservazione e valorizzazione; dall’altro rende meno agevole la sottrazione di materiali che, come si è detto, sono particolarmente appetiti dal mercato antiquario e del collezionismo.

 

L’esigenza di riuscire a fotografare la realtà degli archivi editoriali è stata fatta propria dalla Fondazione Mondadori a partire dalla metà degli anni Novanta, promuovendo un primo censimento pilota sul territorio lombardo per poi estendere quest’iniziativa a Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Altro Adige e Liguria.

L'avvio dell'esperimento nel territorio lombardo, che da solo raccoglie il 25% delle case editrici nazionali, si è posto come punto di partenza ottimale per lo studio di una casistica ampia e differenziata, costituendo la prima ricognizione settoriale condotta sistematicamente su una realtà fino ad allora poco conosciuta, se non per una precisa tipologia di fondi: quelli letterari, che da sempre monopolizzano l'attenzione e l'interesse non solo degli addetti ai lavori ma anche di un pubblico più vasto.

 

I risultati molto positivi di questa prima esperienza hanno spinto il Ministero per i beni e le attività culturali - con la collaborazione l’Associazione italiana editori, della Fondazione Mondadori e delle istituzioni locali - a estendere questo progetto per salvaguardia della memoria del lavoro editoriale, anche alle altre regioni. In questo quadro l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania si sono mosse autonomamente nel lavoro di raccolta dati, pur partendo da un know how condiviso grazie al censimento lombardo, mentre nel 2001 la Regione Toscana ha affidato alla Fondazione Mondadori la realizzazione del Censimento degli Archivi e delle Biblioteche storiche degli editori librari presenti nel territorio regionale.

La rilevazione è partita dai dati contenuti nel Catalogo degli editori italiani (edizione 2001) e si è via via precisata nel corso del lavoro. Il Censimento si è rivolto a tutti i soggetti che pubblicano libri, non solo alle imprese dunque ma anche ad enti pubblici e privati, ad associazioni e cooperative. Sono stati individuati e contattati oltre 320 “editori” e di questi oltre 140  hanno risposto ai questionari e accettato le interviste e i sopralluoghi.

 

Nel 2003, grazie all’intervento della Fondazione Cariplo, la rilevazione è stata estesa al Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino – Alto Adige e Liguria.

In questo caso sì è partiti da un campione molto numeroso, oltre un migliaio di case editrici attive, formato tuttavia in larga parte da realtà molto piccole e con attività molto specializzate. Nel complesso sono stati censiti oltre 150 editori. Gli esiti finali sono sul sito web della Fondazione, a disposizione di tutti gli interessati.

 

 

Al di là dei diversi momenti di realizzazione e dell’evoluzioni interne al progetto, tutte le rilevazioni si sono tutte mosse perseguendo questi obiettivi:

·          mappare la presenza di documentazione presso le case editrici, condizione necessaria per elaborare una mirata politica di intervento;

·          sensibilizzare il mondo editoriale alla conservazione della documentazione prodotta;

·          fornire, attraverso la supervisione delle autorità competenti, qualificate consulenze a chi ne farà richiesta, utilizzando un titolario e un massimario di scarto prodotto da una apposita commissione promossa dalla Fondazione Mondadori e dalla Direzione Generale degli Archivi del Ministero per i beni culturali e ambientali;

·          offrire, ove possibile, alle case editrici che non avessero spazi adeguati opportunità di deposito della documentazione al fine di evitarne la dispersione;

·          fornire occasioni di formazione del personale addetto alla conservazione e alla gestione documentaria.

 

I dati che emergono da queste campagne di rilevazione compongono un quadro articolato dell’azienda editoriale e dei suoi archivi. Innanzitutto va detto che l'indagine ha sempre interessato non solo gli archivi storici – se presenti -  ma anche quelli correnti, ovvero cosa l’impresa conserva oggi di quello che produce. Paradossalmente si tratta in alcuni casi di una realtà più sfuggente, legata com’è alle rapide e complesse trasformazioni cui le case editrici, al pari delle altre imprese, vanno soggette sia per l'aspetto più propriamente giuridico - societario, che sotto il profilo della produzione editoriale e delle nuove tecnologie.

 

Per quanto attiene alla tipologia del materiale documentario conservato, i censimenti hanno delineato alcune serie ricorrenti negli archivi e che comprendono i carteggi con autori, curatori e traduttori, carteggi con altre case editrici, archivi personali, pareri di lettura, manoscritti e dattiloscritti, bozze e materiale di lavorazione, l'archivio amministrativo e le scritture sociali, rassegne stampa, l'archivio fotografico, documentazione varia.

Va segnalato comunque come nella stragrande maggior parte dei casi, per la documentazione più recente siano sempre presente ambienti documentali diversi, riconducibili agli archivi  cartacei e agli ambienti informatici di produzione e conservazione dei file (server per servizi e redazioni, singole postazioni di lavoro, software di office automation e desktop publishing, etc.)

 

La dimensione della casa editrice incide evidentemente per quanto attiene alle modalità di produzione e conservazione documentaria che accompagnano l'iter che consente la produzione del libro (affidato a direzioni editoriali, servizi grafici, programmazione editoriale, stampa, etc.), le attività inerenti alla gestione del prodotto (demandate a marketing, direzione commerciale, promozione e ufficio stampa), e le funzioni aziendali generali (gestite dalla direzione del personale, controller, sistemi informativi ecc.). Nelle imprese maggiori questo processo da vita ad archivi complessi legati ai sistemi di controllo interni e che si articolano in serie legate alle specifiche attività dei vari settori aziendali, secondo un percorso che si snoda attraverso ambiti e competenze diverse e lascia traccia di sé in tutte le aree e divisioni coinvolte. Laddove la casa si componga dell’editore e di alcuni collaboratori, la documentazione si sedimenta attraverso una catena molto più diretta, proprio perché le stesse attività, professionalità e competenze si raccolgono in un numero ristretto di persone o in alcuni casi nel solo editore.

L’editoria resta infatti un mondo attivo e vitale nel quale ancora oggi, per le piccole realtà, al centro rimane la figura dell’editore. Le dimensioni stesse delle imprese e gli indici di natalità e mortalità, forniscono un quadro molto interessante delle dinamiche del settore, dove è facile entrare e uscire, più complesso restare e affermarsi, e diventa invece molto difficile crescere oltre la piccola dimensione, posto che questo sia uno degli obiettivi.

La diffusa sensibilità degli editori nei confronti della propria produzione e l’accurata conservazione dei prodotti editoriali realizzati, conferma il permanere di una “cultura artigianale” del fare i libri. Il dinamismo e la consapevolezza del “mestiere” costituiscono la trama del tessuto imprenditoriale che tuttavia, a fronte delle difficoltà di distribuzione e nella ristrettezza del mercato potenziale dei lettori, sollecita maggiore attenzione delle istituzioni verso la diffusione del libro.

 

Il libro come oggetto e prodotto, come risultato tangibile della propria attività, resta ovviamente al centro dell’attenzione degli editori che nella maggior parte conservano i libri e le riviste da loro editi. L’“archivio del prodotto editoriale” è generalmente curato e rappresentativo, anche se questo non sempre è esaustivo e non implica l’allestimento di una vera e propria Biblioteca storica né la redazione di cataloghi storici delle edizioni quale testimonianza della continuità della casa editrice.

 

La situazione è meno positiva per quanto riguarda la conservazione e la classificazione dei documenti prodotti nel corso dell’attività. Generalmente non esiste una struttura interna deputata alla gestione dell’archivio e gli strumenti per l’organizzazione delle formazione delle serie correnti sono nella maggior parte dei casi assenti, mentre i sistemi di archiviazione sono molto variegati, secondo le possibilità e le sensibilità di ogni azienda.

Emerge la difficoltà di considerare i propri documenti come memoria del lavoro editoriale e sotto questo aspetto nuovi problemi provengono dalla gestione dei documenti elettronici, in particolare dei testi degli autori in formato digitale e della corrispondenza scambiata per posta elettronica, che solo raramente sono stampati e/o memorizzati su supporti stabili, e per i quali soprattutto è generalmente assente una policy aziendale per la conservazione. Va detto che in alcuni casi le esigenze legate alla certificazione dei sistemi qualità o la necessità di adottare soluzioni per la sistematizzazione e la salvaguardia dei flussi informativi e documentari elettronici hanno comportato un ripensamento della gestione documentaria interna, ma siamo ancora lontani da riflessioni diffuse e compiute che tengano nel dovuto conto i problemi legati alla conservazione a lungo termine.

Resta molto frequente il caso dove è l’editore stesso che si preoccupa di organizzare la testimonianza dell’attività svolta, conservando i documenti ritenuti di maggiore importanza, fino ai casi dove diventa egli stesso parte viva, personificata, della memoria storica della casa editrice.

La verifica del materiale documentario reperito al termine del lungo e complesso lavoro di censimento ha permesso di constatare come nella maggior parte degli archivi delle case editrici censite sia stata oggetto di dispersioni o addirittura distruzioni, per le ragioni più disparate, non ultima quella connessa alla necessità di liberare gli spazi in cui erano conservati gli archivi per destinarli ad altro. La situazione diventa ancora più grave per gli archivi prodotti dalle case medio piccole, spesso oggetto di "mortalità" per le cause più disparate, evento che spesso comporta la totale scomparsa della documentazione prodotta.

Di fatto, solo un ristretto numero di case editrici o gruppi editoriali hanno, o possono permettersi di mantenere, un archivio storico, sia come raccolta documentaria, sia come struttura dedicata alla conservazione permanente della documentazione - in questo purtroppo le imprese editoriali non si distinguono dalla realtà generale delle imprese italiane – e molto poche sono quelle i cui archivi sono stati dichiarati di notevole interesse storico.

 

Se questi sono i principali elementi di sintesi che emergono dalla fotografia realizzata su circa 600 case editrici, va sottolineato come si tratti di fatto di una prima istantanea e di come si renda necessario procedere con periodici aggiornamenti per verificare l’evoluzione della situazione e approfondire le strategie possibili per intervenire e sensibilizzare gli editori.

 

Questa necessità è confermata anche dal diverso ruolo degli editori quali responsabili di “tutti i documenti destinati all’uso pubblico e fruibili mediante la lettura, l’ascolto e la visione, qualunque sia il processo tecnico di produzione, di edizione o di diffusione”. La nuova legge sul deposito legale, nel segnarne l’evoluzione da strumento per il controllo e censura della produzione a stampa a meccanismo per assicurare la raccolta e conservazione del patrimonio culturale ed editoriale del paese, comporta un nuovo diretto impegno degli editori a provvedere alla consegna di esemplari di tutta la loro produzione (a stampa e digitale). Al di là degli aspetti controversi di questa riforma, ci interessa porre in evidenza come gli editori siano direttamente individuati quali responsabili della produzione culturale del paese, e in questo riconoscimento – seppur non privo di oneri – vada ricondotta la necessità di dotarsi di strumenti che permettano sviluppare maggiore consapevolezza del patrimonio culturale rappresentato dalla memoria del lavoro editoriale.

 

Certamente il censimento ha anche costituito l'occasione per riportare alla luce documenti dei quali si era completamente persa la memoria e quindi di avviare nuovi interventi di tutela e salvaguardia, mostrando, come la scarsa conoscenza del contenuto della documentazione prodotta nel corso del lavoro editoriale impedisca agli editori di condividere con la collettività materiali di grande interesse e rilevanza culturale. Non sono state rare infatti le occasioni in cui si è riportata alla luce documentazione di cui si era completamente perduta memoria: pareri di lettura, fondi fotografici, carteggi, interi archivi di personalità della cultura italiana tra gli esempi più notevoli.

 

Sotto questo profilo il censimento rappresenta uno strumento di assoluta efficacia, in grado di gettare luce su una realtà complessa e diversificata che sino alla realizzazione di queste iniziative era stata oggetto di generiche e mai sistematiche valutazioni quantitative e qualitative: per la prima volta è stato viceversa possibile mappare con certezza un patrimonio di inestimabile valore socio-culturale e far emergere un generale interesse a stabilire un rapporto con le istituzioni pubbliche e gli istituti di ricerca sul tema della salvaguardia degli archivi, stimolando la riflessione degli editori sulle opportunità che si aprono, in termini di valorizzazione del proprio patrimonio, quando si decide di intervenire nella salvaguardia della documentazione.

 

È importante quindi che questo strumento, attraverso periodici aggiornamenti, consenta agli editori, alle istituzioni e alla comunità scientifica di interagire per individuare le forme più opportune per agire a tutela degli archivi editoriali quali luoghi imprescindibili del nostro patrimonio culturale.

 

 

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